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Oggi, le tipologie di diete sono diventate un numero incredibile e sostengono posizioni e filosofie spesso in netto contrasto tra di loro, tanto che viene da pensare che è impossibile che abbiano tutte contemporaneamente “ragione”. Tutte più o meno hanno in comune una serie di cibi consentiti e una lista di alimenti proibiti, promettendo salute a chi le segue e peste e corna a chi mangia gli alimenti da evitare. C’è la dieta vegetariana, vegana, fruttariana, crudista, la paleo-dieta, la dieta dei gruppi sanguigni, quella degli indici glicemici, la dieta senza glutine, la fodmap, la dieta a zona, solo per citare quelle attualmente più in voga (mi perdoneranno tutti gli altri non citati) fino ad arrivare a chi invece proprio sovente non mangia, sostenendo che la pratica del digiuno ha un enorme potenziale di salute se non di guarigione (c’è il detto che “il digiuno è la chirurgia della natura”). La domanda che viene fuori spontanea subito, come un grido di disperazione è: “a chi devo dare retta?”. Di solito si inizia una dieta perché si vuole perdere peso, tuttavia, purtroppo (o per fortuna?) sempre più persone si avvicinano al tema dell’alimentazione perché hanno un problema di salute e intuiscono, per qualche motivo, di risolvere o aiutarsi con un’alimentazione adeguata.

Ma dove sta la verità? Quale dieta è veramente la migliore? Ha senso quest’ultima domanda?

C’ è un particolare che indistintamente tutte le diete non prendono in considerazione (o lo fanno in maniera del tutto superficiale) ovvero il fatto incontrovertibile e preponderante che il primo impatto di una dieta è sul microbiota intestinale. Questa comunità di microorganismi è quella che metabolizza prima di noi il cibo che ingeriamo. Quello che noi consideriamo “essere umano” vive degli scarti e dei prodotti metabolici di questi microorganismi. Questo fatto, apparentemente banale, per chi si occupa di microbiota, è semplicemente ignorato da chi si inventa diete e professa che ad esempio la carne fa bene, la carne fa male, ecc, ecc. Qualunque considerazione riguardo all’elemento proibito o a quello consentito è fatta ritenendo che quello che mangiamo finisce nel sangue, “Siamo quello che mangiamo” recitava un vecchio adagio. Come dice Paolo Mainardi, il corpo non è come una bottiglia da riempire. Ma cosa vuol dire esattamente? La prima cosa da capire è che l’approssimazione quantitativa che la scienza dell’alimentazione ha fatto fin ora è appunto un’approssimazione. Il valore di colesterolo nel sangue non si alzerà necessariamente se ingerisco colesterolo cosi come non si abbasserà necessariamente se limito il suo consumo. Il cibo si trasforma nel corpo e quindi ha poco senso l’idea di ingerire le giuste proporzioni di vitamine (come appunto una bottiglia da riempire) quando in realtà per ognuno le dosi sono differenti e quando parte di queste vitamine sono endogene. Una quota parte di queste vitamine infatti, vengono prodotte dal microbiota intestinale. E qui veniamo al punto: il microbiota è un’interfaccia tra il cibo mangiato e il resto del nostro corpo.

Il punto da capire quindi è che non è tanto l’alimento/corpo l’equazione da risolvere, quanto l’impatto che ha sul microbiota e la conseguente reazione adattativa di quest’ultimo. Se si inquadra in questo modo un regime alimentare si comincia a capire come mai una paleodieta (1) vanta così tante persone affezionate e pronte a testimoniare le loro guarigioni o vantaggi riscontrati e altrettante persone pronte a giurare che da quando non mangiano più carne, si sentono meglio e sono magari guariti dalle più disparate malattie, o non hanno più quel sintomo che tanto li tormentava prima di diventare vegetariani, vegani, ecc. Paleo dieta e diete vegetariane sono appunto uno dei paradossi maggiori che si possono avere, una sostiene la bontà della carne l’altra la evita come la peste bubbonica. Come mai in una certa misura funzionano tutte e due? Un paradosso semplicemente spiegabile proprio dall’esistenza di un’interfaccia personalizzata (e purtroppo per noi in gran parte misteriosa) che si frappone tra l’essere umano e il cibo. Se questa “interfaccia” ha determinate caratteristiche una dieta andrà bene oppure male, farà perdere peso meglio o peggio, riuscirà a portare beneficio o meno a questa o a quella patologia.

In questo video (2) il Dr.Francesco di Pierro spiega una serie di conoscenze a proposito della composizione del microbiota intestinale. Ad esempio possiamo capire dal video che i curcuminoidi possono aiutare in caso di malattie infiammatorie intestinali. Dalla notte dei tempi sappiamo che la curcumina è un antiinfiammatorio intestinale ma oggi sappiamo il perché. I curcuminoidi sono un fattore di crescita del faecalibacterium prausnitzii un simpatico microorganismo che produce acido butirrico. Questo acido a corta catena (il burro chiarificato per capirci) nutre gli enterociti (le cellule dell’intestino) proteggendolo dalle malattie infiammatorie intestinali come il morbo di chron e la colite ulcerosa (con buona pace della medicina ufficiale che ancora oggi in molti ospedali sostiene che l’alimentazione non ha nessun ruolo nelle IBD) e infatti oggi sappiamo che una buona percentuale di questo batterio è protettiva nei confronti di queste malattie. Attenzione tuttavia ad averne troppo di faecalibacterium prausnitzii perche, visto che produce burro, se è in eccesso, tenderemo a ingrassare. Oppure oggi sappiamo che probabilmente la berberina è un fattore di crescita per l’akkermansia muciniphila. Questo altro batterio stimola la produzione di muco intestinale che ci protegge, facendo da barriera, dall’entrata indiscriminata di sostanze dall’intestino al sangue, riducendo così lo stato infiammatorio (3). Non solo, gli scienziati hanno notato come la presenza di questo batterio consente a chi vuole perdere peso di continuare a perderlo all’interno di uno stile di vita non sedentario e con un’alimentazione ipocalorica. Chi non è dotato di questo batterio a un certo punto della sua dieta incontra degli scogli e non dimagrisce più come all’inizio della dieta. Tempo fa dissi a un amico erborista che bisognerebbe avere la forza e la pazienza di rileggere la fitoterapia con la chiave del microbiota intestinale proprio per il motivo che prima di avere un impatto sull’organismo le piante ingerite vengono metabolizzate dal microbiota, quindi l’effetto della pianta in realtà potrebbe dipendere dall’interazione con il microbiota, dalla sommatoria insomma di pianta e microbiota.

Lo stesso discorso vale anche per le medicine assunte per via orale in quanto il principio attivo prima di essere assorbito e arrivare nel sangue o altrove, passa per il microbiota che lo elabora. Un esempio su tutti è il principio di funzionamento della metformina, farmaco usato per tenere bassi i livelli di glicemia nel diabete di tipo 2. Questo farmaco è stato usato per sessant’anni senza sapere come mai abbassasse la glicemia, ma solo recentemente si è capito che in realtà agisce sul microbiota intestinale. Se si assume troppa metformina si va in diarrea e in ogni caso la glicemia non si abbassa proporzionalmente all’assunzione del farmaco (cosa che dovrebbe accadere se il principio di funzionamento fosse diretto sulle cellule).Se si assumono contemporaneamente degli antibiotici alla metformina la glicemia si alza, indice che è proprio il microbiota il bersaglio del farmaco che lo stimola ad abbassare la glicemia.

Sarebbe ora di cominciare a prendere coscienza che una qualunque dieta funziona o non funziona in relazione alle caratteristiche peculiari del proprio microbiota che non solo è del tutto personale ma è anche modulabile e variabile all’interno della propria esistenza in quanto il nostro microbiota cambia a seconda dei momenti della vita. In parole più semplici la nostra dieta si deve tarare anche in base alla nostra età perchè un lattante, un bambino, un adulto e un anziano devono avere alimentazioni differenti non solo per esigenze differenti ma anche perchè hanno microbioti differenti.



(1) Per chi non ne fosse a conoscenza nella paleo dieta la piramide alimentare ha alla base carne e pesce , poi verdura e alla fine un pò di frutta , vietando praticamente tutti i cereali e carboidrati.

(2) http://pianetamicrobiota.it/video/video/29-laboratorio-salute-nuove-frontiere-nelle-terapie-batteriche-14-12-2017

(3) È convinzione dello scrivente che l’akkermansia muciniphila in altre parole contribuisce ad abbassare la permeabilità intestinale tuttavia non c’è scritto da nessuna parte in questi termini.

Questo articolo vuole solo incuriosire, e non certo essere in qualche modo esaustivo riguardo a questo argomento letteralmente sconvolgente.

Cominciamo con il dire che la vitamina K2 è una vitamina veramente essenziale per la vita umana. Il dottor Pierce negli anni venti la chiamava “fattore x”, e già allora aveva scoperto che l’alimentazione moderna ne causava una carenza. (1)

La vitamina K2 ha l’immenso compito di fissare il calcio nello scheletro. Sì avete letto bene, ma come, non era la vitamina D? Anche.  La vitamina del sole (vit. D3) si occupa di far assorbire il calcio a livello di circolazione ematica, ma senza la vitamina K2 il calcio rimane nelle arterie e crea tutta una serie di problematiche, dall’osteoporosi all’ arteriosclerosi (2) (calcificazioni delle coronarie, valvole , vene varicose ,ecc), che sono due facce della stessa medaglia. Come se non bastasse, la vitamina K2 si occupa anche dell’insulino-sensibilità; detto più semplicemente, la sua carenza ha una relazione molto stretta con il diabete di tipo 2.

Si è visto che gli integratori di calcio, da soli, non portano sostanziali vantaggi alle ossa, proprio in virtù dell’errore che commette continuamente la medicina, pensando il corpo sia come a una bottiglia da riempire.

Anzi, sembrerebbe che l’assunzione di integratori di calcio da soli aumenti i rischi cardiovascolari, proprio perché se il calcio non si fissa nelle ossa alla fine va ad accumularsi nelle arterie, nelle coronarie (provocando infarto se le ostruisce), e in tutti i posti che non sono quelli dove deve finire il calcio.

Insomma, più si assume calcio e meno ne finisce nello scheletro, che è lungi dall’ essere una specie di “stampella” inerte, ma è una vera e propria ghiandola endocrina, che ha continui scambi con il resto dell’organismo.

Ma dove prendiamo la vitamina K2? La vitamina K1 abbonda nelle verdure, ma non ha le stesse funzioni della K2. In minima parte il corpo produce k2 mk7, o meglio lo fa il nostro microbiota. La vitamina K2 mk4 è presente in tutti i grassi animali alimentati brucando l’erba verde (grass fed). In pratica la nostra alimentazione ne è fortemente carente, in quanto gli allevamenti ormai non usano più l’erba per crescere gli animali. Quindi sia vegani che onnivori stanno nel mirino della carenza di K2. Una fonte eccezionale è il natto giapponese, ma a parte i giapponesi che se lo mangiano a colazione tocca avere uno stomaco di ferro perchè fa veramente schifo.

La vitamina K2 agisce in sinergia con la vitamina D e la vitamina A e qui devo dare un'altra brutta notizia per i vegani, in quanto la vitamina A (retinolo) non è la stessa cosa dei betacaroteni (precursori della vitamina A), in quanto non è detto che assumendo quantità elevate di betacaroteni (presenti in frutta e ortaggi arancioni) si riesca a soddisfare il bisogno giornaliero di vitamina A. La vitamina A si occupa di eliminare il calcio in eccesso, come dice l’autore del libro suggerito, vitamina D e A sono come acceleratore e freno del calcio.

La vitamina K2 si immagazzina nel cervello (e infatti ci sono relazioni con l'Alzheimer ), nel pancreas (avevamo parlato di diabete vero?), nelle ghiandole salivari (le carie infatti sono messe in relazione a carenza di K2), e nello sterno (sarà un caso che sia vitale che le costole siano elastiche?).

La K2 ha importantissime relazioni con la guaina mielinica e infatti chi integra vitamina D per curare la Sclerosi Multipla dovrebbe riflettere se aggiungere anche la K2, perché quest’ultima ottimizza l’assorbimento della vit. D, che è fondamentale appunto contro le malattie autoimmuni e il sistema immunitario (3).

Insomma il corpo umano è lungi dall’essere una bottiglia che va riempita, e se si ha una carenza di qualcosa spesso non è dovuto alla carenza dell’elemento in questione, ma ai meccanismi che fissano quell’elemento. Ad esempio non abbiamo nominato il magnesio, che nell’equazione del calcio e della vitamina D è fondamentale (4).

Tutti adesso potrebbero essere tentati di correre a fare un esame, per vedere se si è in carenza di vitamina K2. Purtroppo non è così facile, e ad oggi in Italia il test ucOC (che è un test indiretto ovvero misura un altro parametro messo in relazione con la K) non viene eseguito, e si può solo cercare di capire attraverso altri parametri se si è in carenza. La buona notizia è che non ci sono notizie di sovradosaggi. (5)

Non mi è semplice riuscire a riassumere l’intero argomento, ma spero di aver stimolato abbastanza la voglia di approfondirlo, perché senza ombra di dubbio la vitamina K2 (insieme alle altre liposolubili) nasconde uno dei segreti di una vita sana per la stragrande maggioranza delle persone.

Riferimenti:
(1) https://www.ibs.it/vitamina-che-ti-fara-vivere-libro-kate-rheaume-bleue/e/9788822704597?gclid=EAIaIQobChMI24Wun82f1gIVCo0bCh3O4QDJEAAYASAAEgIRIvD_BwE
(2) http://www.geopaleodiet.com/blog/calcificazione-arteriosa-distruggila-per-sempre-con-la-vitamina-k2
(3) http://www.geopaleodiet.com/blog/calcificazione-arteriosa-distruggila-per-sempre-con-la-vitamina-k2
(4) https://www.evolutamente.it/magnesio-in-sinergia-con-la-vitamina-d-protegge-da-malattie-cardiache-il-cancro-e-la-morte/
(5) https://chrismasterjohnphd.com/2016/12/09/the-ultimate-vitamin-k2-resource/

E' un cibo di moda e molto usato da vegani e vegetariani come fonte di proteine. So bene le polemiche proprio su questo sito tra vegani e onnivori, e vorrei un secondo deporre l'ascia di guerra per informare pacatamente chi assume questo alimento (notoriamente vegan/vegetariano) nella sua dieta.

Chi ha seguito i miei articoli si sarà reso conto di quanto mi sia focalizzato sul microbiota, un organo ignorato, se non sconosciuto, che invece è fondamentale per la salute umana. Vengo al punto senza ulteriori giri di parole. Il seitan è glutine puro. Il glutine è una proteina altamente infiammante per l'intestino e ha la caratteristica di aprire le gut-junction, ovvero creare quella permeabilità intestinale che è l'anticamera di tante problematiche, malattie e sintomatologie.

Oggi sempre più persone sono colpite da celiachia, e ancora piu persone hanno una forma di sensibilità al glutine. Spesso queste condizioni sono apparentemente invisibili, e quindi molto insidiose, perchè "lavorano" a nostra insaputa fino a che ci si trova un problema eclatante e manifesto.

Questa "invisibilità non ci dovrebbe meravigliare, infatti il Prof. Luciano Lozio ci insegna che l'intestino tenue non ha ricettori del dolore: ecco perchè è cosi subdola l'azione del glutine. Lo stesso Lozio ci informa che il glutine è una proteina che non è geneticamente possibile venir digerità dall'uomo, ma lo fa il nostro microbiota per noi.

Questa digestione può avvenire anche fuori dal nostro corpo, quando mangiamo pane lievitato con pasta acida, ovvero con quegli stessi batteri che smontano il glutine in amminoacidi. Il pane fatto con lievito di birra, o qualunque altro alimento con glutine invece deve essere elaborato dal nostro microbiota.

Cosa accade se siete in forte stato di disbiosi? O se siete carenti di determinati ceppi batterici che demoliscono il glutine? Del glutine puro sarebbe vero e proprio veleno per il vostro intestino. Come recita  Paolo Mainardi, un intestino sano è un intestino che digerisce di tutto, ma voi siete certi di avere un intestino in ottima salute?

Se non lo siete state lontani dal seitan, perche se è vero che anche la pasta lo contiene è pur vero che la sensibilità al glutine è dose-dipendente, e quindi un conto è assumerne un po' con un piatto di pasta, un altro conto è assumerlo puro e in quantità.

 intervista al dottor Claudio Sauro    

 

E' una delle vitamine fondamentali, in realtà un ormone, ma è di fatto uno dei grandi piccoli buchi della medicina occidentale.

E' la vitamina che viene prodotta nei nostri tessuti grazie all'esposizione solare, in particolare ai raggi UVB. Alle nostre latitudini tuttavia non se ne riesce a produrre nei mesi invernali. Se si somma questo dato al fatto che la gran parte dei lavori moderni si svolgono al chiuso, e al continuo allarmismo che si fa circa la pericolosità del sole nell'insorgenza di tumori della pelle, si ha come risultato una carenza endemica nella popolazione (il Dr. Soram Khalsa stima che il 75% dei suoi paziente sia carente) di questa importantissima vitamina.

Più è scura la pelle e meno vitamina si riesce a produrre, e più l'indice di massa grassa è alto e meno vitamina si riesce ad avere disponibile, in quanto essendo liposolubile rimane "intrappolata" nei tessuti adiposi.

La sua carenza non ha solo a che fare con il rachitismo, l'osteoporosi e lo smalto dei denti, ma con tutta una serie di processi nei quali una carenza di vitamina D porta problematiche anche molto diverse tra loro. Cuore, malattie autoimmuni e fino al cancro sono malattie messe in correlazione con una sua deficienza/carenza.

I ricercatori hanno stimato che negli Stati Uniti ogni anno si verificano 60.000 morti premature a causa di livelli insufficienti di vitamina D. Ciò si traduce nel 10% di morti totali per il cancro da attribuire alla carenza di vitamina D.[*]

A complicare ulteriormente il quadro ci si mettono anche i pregiudizi riguardo a un eccesso di vitamina D, probabilmente risalenti agli anni '50 in Inghilterra. In quegli anni si fortificarono troppo latte e cereali con vitamina D, tanto che si ebbero diverse centinaia di casi di intossicazione, ma niente a che fare con l'epidemia con la quale parola si ricorda l'evento. Probabilmente è da lì che perdura questa leggenda metropolitana della pericolosità di tale vitamina, un pò come il mito dell'abbondanza di ferro negli spinaci (poveri bambini costretti a mangiare spinaci a forza di cartoni animati di Popeye).

Il risultato è che oggi praticamente nessun medico condotto prescrive controlli per tale vitamina a scopo preventivo, e anche quando delle carenze vengono alla luce si usano dei livelli di integrazione eccessivamente prudenti ed inefficaci rispetto a quello che suggeriscono i nuovi studi di settore.

Eppure la sua deficienza è deleteria, la sua diagnosi facile ed economica (30 euro privatamente) e ancor più facile ed economica è la sua integrazione (due fiale di Dibase da 300000UI, da sciogliere in una adeguata misura di olio di oliva si aggirano sui 5 euro). Il servizio sanitario nazionale è tutto intento a fare controlli a tappeto per il cancro al seno, quando con una integrazione di vitamina D - secondo Khalsa - se ne ridurrebbe il rischio al  50%.

Sono resi obbligatori vaccini per malattie ormai scomparse, il cui rischio è praticamente nullo a fronte del disinteresse del SSN verso questa vitamina, con tutto ciò che ne consegue.

Certo è che se leviamo tanti (non dico tutti) i farmaci per l'osteoporosi, per dolori cronici, per le influenze, per la SM e le malattie autoimmuni, per i denti, per le malattie cardiovascolari, per il diabete di tipo 1 e 2 e per diversi tipi di cancro, cosa rimane da venderci?

Per fortuna non proprio "tutti" i medici se ne dimenticano, ma alcuni coraggiosi pionieri, come il Dr. Claudio Sauro, ne fanno una specializzazione nell'indifferenza generale.

Federico Giovannini (Fefochip)

* "I poteri curativi della vitamina D" di Soram Khalsa

Nel precedente articolo "la terra e il microbiota" ho focalizzato l'attenzione sul fatto che i batteri nella terra costituiscono la maggior parte della biomassa terrestre.

Di conseguenza con ogni probabilità la fertilità di un terreno è funzione della loro armonia, e quindi l'uso di diserbanti e pesticidi (ed altri inquinanti di sintesi) che percolano nel terreno certo non possono lasciare inalterato questo equilibrio di microorganismi, ponendoci di fronte a scenari ecologico/agrari che nessuno ha previsto.

Cerchiamo di unire altri puntini a questo disegno.

Dalle ricerche scientifiche sappiamo che il core-microbiota [1] non cambia e che ce ne sono di diversi tipi. Sappiamo che il core-microbiota di un bambino del Burkina Faso [2] è uguale a quello di un elefante della stessa zona. [...]

Possiamo quindi semplicemente dire che in realtà gli stessi batteri (in prevalenza anaerobi) che sono nella terra sono presenti anche nel nostro intestino e in quello degli altri animali superiori.

Ovviamente questa comunità microbica sarà modulata dalla dieta che avrà l’animale che li ospita, tanto da specializzarsi a seconda che sia carnivoro, erbivoro, onnivoro.

E’ ragionevole pensare allora, in questo scenario, che gli stessi microorganismi che colonizzano e si cibano dei nutrienti delle piante che crescono su un territorio siano anche quelli presenti nei nostri intestini.

Da qui l’idea: con ogni probabilità i cibi prodotti su terreni a noi prossimi sono cibi più facilmente riconosciuti dal nostro microbiota, perche quest’ultimo, proveniendo dalla terra su cui viviamo, è abituato a metabolizzare le piante e i nutrienti della stessa terra.

Questa considerazione apre un ulteriore punto di vista interessante sull’importanza dell’alimentazione a Km0, che sarebbe più compatibile semplicemente perché si adatta meglio al microbiota.

Un pensiero simile si potrebbe applicare ai cibi fuori stagione e leggere il tutto sempre in chiave microbiologica.

E cosa pensare invece degli OGM? Proteine sconosciute al nostro microbiota si infilano nella nostra vita, e le conseguenze attualmente non possono essere previste.

NOTE:

[1] Il core-microbiota è lo strato nativo più intimo di batteri intestinali che allo stato attuale delle ricerche si ritiene non cambi durante tutto l’arco della vita.

[2] https://youtu.be/9dVEsP8DT7M?t=387

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